Riconversione industriale

Disegnare nuovi scenari urbani

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Approfondimenti

Pubblicato il

03 Giugno 2021

Una delle sfide che il XXI secolo pone ai paesi più industrializzati e ai loro mutevoli scenari urbani riguarda l’archeologia industriale ecosostenibile, per rilanciare complessi produttivi inutilizzati e potenzialmente dannosi per l’ambiente a favore delle mutate condizioni ed esigenze delle comunità e del territorio.

Si tratta di politiche che necessitano di avere un impatto forte sulla società, per questo diversi governi forniscono aiuti economici diretti o indiretti ai proprietari degli impianti industriali per favorirne il processo di riconversione. Sono quasi sempre progetti di ampio respiro, che prevedono tempi lunghi di realizzazione e quindi possono rappresentare degli investimenti rischiosi per il privato, ma la contropartita non è da meno: il riuso più sostenibile delle risorse, a cominciare dal suolo.
Di seguito passeremo in rassegna gli esiti di alcuni di questi processi di riqualificazione degli spazi industriali in diversi parti del mondo industrializzato.

L’EPA (l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti) stima che sul suolo statunitense ci siano circa 450.000 brownfields, ossia siti industriali dismessi e inquinanti, che possono essere fabbriche abbandonate, laminatoi, discariche, distributori di benzina, ecc., tutti potenzialmente contaminati da una o più sostanze pericolose per la salute o l’ambiente. Queste aree dismesse sono il risultato dello scarico di rifiuti contaminati sul suolo, almeno dai tempi della boom industriale degli anni ’70. 

Cosa significa per una comunità locale la presenza di un’industria abbandonata, che un tempo era il cuore della città? 
Queste sono alcune delle possibili conseguenze: 

  • deterioramento e degrado della zona;
  • percezione negativa estesa alle aree e ai residenti circostanti;
  • possibilità di discariche abusive a cielo aperto e altre attività illegali;
  • degrado della qualità del suolo, dell’acqua e dell’aria;
  • conseguenti danni alla fauna, alla vegetazione, alla produzione agricola;
  • abbassamento del valore di mercato delle proprietà immobiliari;
  • riduzione delle opportunità di lavoro;
  • perdita di gettito fiscale;
  • limitazione generale della crescita economica

Riconvertire impianti simili apre invece nuove opportunità per la crescita economica, il progresso sociale e trasforma un luogo abbandonato in una risorsa per la società. 
  
Ecco alcuni esempi di riconversione che hanno trasformato alcune aree urbane degli Stati Uniti.

In concomitanza di acquazzoni e piene del vicino fiume Kankakee, i sistemi fognari cittadini andavano spesso in crisi. A Wilmington ci sono anche vaste aree produttive dismesse, così al loro interno si sono ricavati circa 30 acri di superficie (12 ettari abbondanti) da destinare a zona umida per il contenimento delle acque piovane.
Le zone umide possono assorbire e bilanciare l’eccesso d’acqua quando necessario, oltre a migliorare le condizioni di vita della fauna selvatica, favorire lo sviluppo di habitat palustri, nonché dar vita a nuovi spazi aperti e di ricreazione per la comunità che finiscono per incidere anche sulla crescita economica locale.
Per trasformare il sito in zona umida è stata necessaria la rimozione e la bonifica del suolo contaminato. 

Il sito in questione era una discarica municipale di 6 ettari che nel 2015 è stato trasformato in un parco solare a microgrid, con un’installazione fotovoltaica da 2,3 megawatt posizionata sopra alle verdi colline della discarica. Questo impianto solare è una una fonte di energia verde che contribuisce al fabbisogno energetico di molte famiglie.

È una cittadina di 5000 abitanti, sorta attorno a una grande fabbrica di lampade che è stata chiusa nel 2012.
Si trattava di un lotto di circa 28.000 mq con tre edifici inutilizzati ed un terreno contaminato da PCB (policlorobifenili) e metalli pesanti. Dopo alcuni anni dalla chiusura dell’impianto e nessun altro interessamento privato a quella proprietà, si è fatta avanti la Jackson Kayaks, un’azienda locale produttrice di kayak, paddleboard e frigoriferi portatili che era in cerca di un sito idoneo per espandere la propria attività. Una volta fiutato il potenziale del sito, l’azienda ha investito 4 milioni di dollari per realizzare i suoi nuovi impianti su quel terreno, un’operazione che ha avuto risvolti positivi anche in termini occupazionali per la popolazione locale.

Nella riserva indiana della tribù Shoshone Paiute della Duck Valley, si è scoperto che nell’istituto scolastico comprensivo di Owyhee c’era una porzione di terreno di circa 400 mq contaminato da petrolio. L’inquinamento del suolo si era verificato nel tempo, a causa del riempimento eccessivo dei serbatoi di gasolio per alimentare le caldaie per il riscaldamento della scuola. I fondi per la rimozione del suolo contaminato sono stati attinti dal Nevada Brownfields Program e dai alcuni fondi scolastici. Dopo aver pulito il sito, la scuola ha convertito il terreno in un parco giochi asfaltato.

I programmi Brownfield dell’EPA aiutano le comunità, gli stati e le tribù a valutare, ripulire e riutilizzare in modo sostenibile le aree dismesse o inquinate, fornendo sovvenzioni e supporto tecnico alle comunità per portare a termine con profitto le operazioni di bonifica e riuso.

Hong Kong negli ultimi decenni ha subito pesanti mutamenti politici e urbani. In passato era considerata un’area strategica per gli insediamenti industriali, ma il rapido sviluppo della vicina Cina ha cominciato ad attrarre più capitali, di conseguenza diverse zone produttive di Hong Kong sono state dismesse e si sono deprezzate. 
Nel 2009 sono stati annunciati per la prima volta i piani di riconversione industriale e da allora diversi siti ed edifici industriali abbandonati sono stati recuperati con ottime ricadute sul territorio, come ad esempio sul fronte abitativo. 

  • Hong Kong ha da tempo un problema di carenza di edilizia residenziale che la riconversione industriale ha contribuito ad attenuare, realizzando nuovi complessi edilizi e contenendo il prezzo degli affitti. Si è dato inoltre vita a spazi per il mercato, centri commerciali e insediamenti per la produzione artigianale.
  • Gli edifici industriali inutilizzati hanno attirato altri imprenditori ad aprire laboratori per la produzione e conservazione di alimenti biologici, nonché a realizzare luoghi di ritrovo pubblico, centri per il fitness e per attività ricreative, come laboratori d’arte e centri musicali.

Il settore industriale dell‘India contribuisce al 26% del PIL indiano e impiega il 22% della forza lavoro nazionale. L’economia indiana può essere classificata come un’economia di mercato in via di sviluppo a reddito medio.
Se ne potrebbe dedurre che l’industria è il settore chiave alla base dello sviluppo della nazione, ma per un paese così ampio, diversificato, con zone economiche e geografiche molto diverse, diventa difficile classificare la riconversione industriale in un unico modello, infatti si sono avuti esiti diversi in base ai settori produttivi coinvolti.

In tutta l’India erano sorte delle cinture siderurgiche attorno alle miniere di minerali di ferro, dando luogo a delle fitte sinergie locali tra industria mineraria, industria dell’acciaio e le piccole e medie imprese della trasformazione.
Durante il blocco del coronavirus, centinaia di migliaia di lavoratori migranti si sono trasferiti nei villaggi agricoli a causa della chiusura di tante piccole imprese. Ciò ha creato una caduta della domanda di prodotti siderurgici sia nell’industria, che nel settore delle costruzioni, che necessitano ora di una riconversione. I nuovi progetti per le industrie siderurgiche devono tenere in considerazione anche i movimenti politici d’opinione per l’autonomia economica sviluppatisi durante la pandemia, come Atmanirbhar Bharat e Make in Indi, per definire idonee misure di riconversione in funzione di diversi obiettivi:

  • consulenza ai lavoratori emigrati in modo che tornino al loro posto di lavoro;
  • aumento della produzione di acciaio in base alla effettiva richiesta;
  • creazione di infrastrutture per una migliore distribuzione delle risorse;
  • riorganizzazione delle imprese e aumento della concentrazione industriale;
  • affinamento tecnico della riconversione e stimolo al progresso tecnologico;
  • sviluppo di cluster metallurgici secondo le direttive del Ministero dell’Acciaio.
Acciaieria durgapur in India
Acciaieria di Durgapur, Bengala occidentale, India. Foto su wikipedia.org

Industria della iuta

La maggior parte delle industrie produttrici di iuta si trova sulle rive del fiume Gange, nel Bengala occidentale. I filatoi di iuta sono caratterizzati dalla stessa stagionalità della produzione della materia prima naturale, quindi per buona parte dell’anno rimangono inutilizzati, andando ad acuire i già gravi problemi urbani della regione legati principalmente ai cambiamenti climatici e all’aumento della popolazione urbana.
Tali emergenze sociali possono essere mitigate identificando le aree più critiche e riconvertendo quelle industrie locali in funzione di una maggiore redditività, di un riuso a fine sociale degli edifici e degli spazi complementari agli stabilimenti e dell’utilizzo non esclusivo dei filatoi per la iuta, in modo che le fabbriche possano funzionare durante tutto l’anno.

Di seguito presentiamo altri progetti di riconversione che hanno avuto un grande impatto sulla società e mostrato il futuro degli insediamenti industriali.

CopenHill di BIG

La città di Copenaghen in Danimarca mira a diventare una città a emissioni zero entro il 2025. Per raggiungere questo obiettivo, il primo impianto di termovalorizzazione è stato costruito nel cuore della città e la copertura dell’impianto è pensato per essere una pista da sci. 
Quando pensiamo ad un’industria, pensiamo automaticamente ad un’area inquinata o inquinante, ma CopenHill individua un percorso di conversione sostenibile per le nostre industrie future. L’industria può essere parte dello sviluppo urbano e può diventare completamente parte del tessuto urbano della città.

Copenhill Danimarca
CopenHill in Danimarca. Foto su big.dk

Toyota Woven city

Il progetto sviluppato in collaborazione tra Toyota e lo studio BIG mira a costruire il primo incubatore urbano al mondo. Il progetto mostra come il contesto urbano, le unità produttive e il laboratori di ricerca possano coesistere e collaborare in una sinergia di mutuo vantaggio: la città avrà le tecnologie più avanzate a portata di mano e l’insediamento godrà di una vista spettacolare verso il Monte Fuji.

Toyota woven city
Toyota Woven City, Giappone. Foto su big.dk

Turismo a Chernobyl

Il governo ucraino ha trasformato il sito dell’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl in un luogo turistico. Si tratta di una vera città fantasma e mostra come la natura si sia riappropriata delle industrie e della città. Sebbene il disastro sia avvenuto nel lontano 1986, le radiazioni sono ancora piuttosto elevate, ma è un ottimo esempio di una zona industriale fantasma contaminata, utilizzata come sito turistico con adeguate misure di sicurezza che impongono permanenze brevi.

Chernobyl: siti abbandonati
Siti abbandonati di Chernobyl. Foto su pcma.org

Da questi esempi si può dedurre come alcune criticità regionali possano essere affrontate e risolte attraverso la riconversione industriale, per quanto il termine stesso rappresenti ancora una cosa nuova in alcune zone del mondo, soprattutto in quelle in via di sviluppo.
Il cambiamento delle politiche governative internazionali incentrate sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica impongono alle industrie l’adozione di misure di contenimento, o di riconversione che necessariamente passano attraverso un progresso tecnologico verde e attento alle dinamiche urbane.
Fornire consapevolezza sui recenti sviluppi in materia e sui migliori interventi che si realizzano a livello globale è un modo per rendersi positivamente partecipi di un percorso verso un mondo più pulito.
   
La traduzione dell’articolo dall’originale in inglese è di Claudio Mandelli

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