Biofilia: i nuovi spazi dell’abitare

Intervista a Stefano Serafini

Biofilia i nuovi spazi dell'abitare foto Stefano Serafini

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Biofilia

Pubblicato il

20 Maggio 2020

Il concetto di architettura sostenibile è un tema importante per le nuove concezioni di spazio sia pubblico che privato. Abbiamo chiesto a Stefano Serafini, direttore della ricerca della Società Internazionale di Biourbanistica (www.biourbanism.org) attiva su ricerche e dibattiti trattanti la biofilia in architettura e urbanistica in Italia e all’estero, di mettere a fuoco dei punti chiave per la progettazione biofilica.

[..] il nostro sistema cognitivo e come esso, nella sua reazione all’ambiente, coinvolga tutti gli altri sistemi dei quali siamo composti, da quello endocrino a quello sociale [..]

Di seguito l’intervista per i lettori di Archweb.

Cosa rappresenta per lei il concetto di biofilia?

In effetti, la biofilia intesa come attrazione verso tutto ciò che è vivente è un’ipotesi sviluppata da un biologo, il Prof. Edward O. Wilson, a sua volta influenzato dal pensiero di Erich Fromm (il suo libro Psicoanalisi dell’amore. Necrofilia e biofilia nell’uomo è del 1971), lo psicologo e sociologo che riteneva esistessero due forze opposte nella psiche e nella società, una che spingeva verso la vita, e una verso la morte. Wilson presentò al pubblico la sua idea agli inizi degli anni Ottanta come una spiegazione che potesse dar conto di una serie di comportamenti osservabili. Dieci anni dopo provò anche a dare un fondamento evoluzionistico a tale ipotesi, e sua tale fondamento si sono mossi altri autori, primo fra tutti Stephen R. Kellert, il cui libro Biophilic Design (2008) è uno dei riferimenti più noti.

Quando cominciai ad occuparmi di progettazione biofilica, una dozzina di anni fa, il tema era però ancora praticamente esoterico. Io vi giunsi per caso, conoscendo quello che poi sarebbe divenuto un caro amico, il professor Nikos A. Salingaros, il quale è un po’ il padre di questo modo di integrare strutture cognitive “amiche della natura” in architettura. Salingaros, fra le altre cose, è la persona alla quale dobbiamo la stesura del capolavoro assoluto di Christopher Alexander, The Nature of Order, in 4 volumi.

E la progettazione biofilica di Salingaros è in qualche modo lo sviluppo, la specializzazione di idee contenute nel lavoro di Alexander, un tentativo di spiegare, per es., l’oggettività di condizioni spaziali come la “wholeness” e il perché ci facciano sentire bene. Io avevo condotto ricerche sullo statuto epistemologico delle teorie non-darwiniane e ad es. avevo curato l’edizione italiana dell’opera di Antonio Lima-de-Faria, Evoluzione senza selezione. Autoevoluzione di forma e funzione, e i punti di contatto che si accesero nella mia mente furono molti. Doveva esistere un fondamento più profondo dell’evoluzionismo o di una teoria socio-psicologica per spiegare il fatto che la quasi totalità degli esseri umani preferisce certe strutture spaziali ad altre, e mi parve che la direzione da seguire fosse proprio l’isomorfia fra sistemi cognitivi, biologici e naturali in genere.
Oggi ritengo che tale isomorfia sia un fatto e che, come aveva già compreso Alexander, abbia a che fare con dei “sotto-codici”. Questi si nascondono e si compongono in un numero vastissimo di codici, diciamo così, visibili, ai quali i nostri sistemi biologici e neurocognitivi “rispondono”, facendoci percepire certi luoghi come confacenti, gradevoli. E non è solo una questione di percezione: quei luoghi sono confacenti, ci fanno stare bene (S. Serafini, “Subcodes in linguistics and design: A comparison about biophilia and language”. Journal of Biourbanism, V, 2016).

Naturalmente la relazione non è cieca. Voglio dire che questi sub-codici sono collegati a un estremo alle leggi della natura, al fatto che i nostri corpi, come gli spazi in cui viviamo, debbono obbedire a precise costrizioni fisico-chimiche per funzionare. Ma all’altro estremo, i sub-codici si collegano a codici morali, culturali, e qui si entra in un territorio straordinario, quello esposto molto bene dal Prof. Besim Hakim che della “biofilia” dell’architettura mediterranea, per es., ha mostrato la genesi storica sotto forma di codici urbanistici, costruttivi e giuridici (si veda per es. il suo Mediterranean Urbanism, 2014).

Qual è il punto di partenza per una prima analisi valutativa del luogo in rapporto alla forma ed alla funzione di uno spazio?

Il punto di partenza è il nostro corpo. Come ci si sente, in quello spazio. Non in teoria, o in termini estetico-ideologici, ma proprio “con la pancia”, con la pelle, quella di tutti i giorni. Se il corpo sta bene, la luce che cambia con le ore del giorno, il modo in cui effettivamente funziona lo spazio, la qualità del sonno, il sentimento di apertura verso gli altri, il senso di protezione, di quiete, di ispirazione all’azione, come diviene il luogo col cambiare delle stagioni e delle funzioni, se quel luogo offre un centro… È difficile definire questo che pure è un principio molto semplice (lasciare andare le nostre idee, sospendere il giudizio, come insegnava Husserl) perché non si vede ma se ne vedono solo gli effetti.

La natura come principio veicolante di rapporti geometrici e funzionali introduce il concetto di Neuroergonomia negli spazi: possiamo paragonarlo al Modulor di Le Corbusier?

Al concetto di neuroergonomia volli dedicare una scuola estiva qualche anno fa. Il termine veniva allora (e in fondo ancora oggi) usato quasi esclusivamente dai militari: un’ergonomia adattata ai tempi di reazione nell’uso efficiente degli strumenti bellici. Per me è un discorso davvero troppo importante per essere lasciato ai bombardieri, perché rappresenta il punto di intersezione fra la psicologia ambientale, la neurologia e l’architettura. Nessuna disciplina è una panacea, ma usata bene la neuroergonomia può ottenere risultati meravigliosi. Il problema è semmai fondarla su principi corretti.

Il Modulor di Le Corbusier fu senz’altro uno studio importante, ma si basava su un concetto di fisicità esteriore che, al di là delle arbitrarietà antropometriche, non teneva conto del modo in cui funzioni, ad es., il nostro sistema cognitivo e come esso, nella sua reazione all’ambiente, coinvolga tutti gli altri sistemi dei quali siamo composti, da quello endocrino a quello sociale. Lo stesso le Corbusier, d’altronde, sapeva bene che il Modulor non poteva essere utilizzato come uno stampino perché aveva dei limiti precisi.

In base ai suoi studi anche a livello storico sul Medioevo, il concetto di neuroscienza e percezione di abitare nel tempo e nello spazio, potrebbe essere legato ad un concetto più ampio di senso di apparenza ad un luogo?

La modernità ci ha sradicati dall’incanto del cosmo quale entità alla quale appartenere; poi dal luogo stesso, che soprattutto nelle grandi città diviene disagiante, ostile alla nostra corporeità, oltre ad essere effimero; poi, ancora, dal tempo, che i ritmi urbani hanno prima frammentato e poi ridotto a zero nella continua attualità della connessione, una sorta di buco nero che assorbe tutto il nostro tempo vitale (una delle lamentele più ricorrenti delle persone è quella di “non avere tempo”, soprattutto per godere la vita).

La digitalizzazione ci ha infine resi tutti abitanti di un flusso senza limiti né confini, la cui ciclicità per molti aspetti ci ha ricacciati indietro a un’epoca pre-cristiana. È la modernità che divora se stessa, dopo aver distrutto tutto il resto. Nel Medioevo, se vogliamo usare un termine tanto generico, l’abitare o l’andare verso casa era una condizione universale. Oggi, al massimo, siamo turisti o rifugiati delle nostra stessa esistenza e questa condizione non è efficiente, non è interessante checché ne dicano gli accelerazionisti o i postumanisti, perché l’orizzonte degli eventi al quale ci conduce è un’aldilà nero che ci ha già condannati e sterminati.

Trovo amaramente buffo che tutta l’opera di distruzione della teologia occidentale ci abbia condotti a una teologia nera, all’adorazione della macchina. Eppure credo che un’architettura e un’urbanistica attenta a questo essere umano presente qui e ora possano proporre un nuovo sentiero dell’abitare. Le chiamo bioarchitettura e biourbanistica.

Considerando la dimensione naturalistica, la scelta dei materiali in base al “genius loci” e la coerenza spazio uomo & natura, qual è il progetto realizzato che reputa più completo in termini biofilici? Quali sono i suoi consigli data la sua esperienza anche sul campo a contatto con studiosi del settore a 360°?

È una domanda difficile, perché per rispondere accorerebbe prima stabilire un contesto di significanza. Mi vengono in mente tante cose, anche paradossali, come certi slum, o luoghi riutilizzati senza clamore ancora oggi da gente comune, in Italia ad es. nelle nostre aree interne, nelle monotown post-sovietiche, a Taipei (nel 2013 ho pubblicato, a cura di Angelo Abbate, un libretto molto loquace al riguardo, Biourbanism Acupuncture: Treasure Hills of Taipei to Artena, dell’architetto e artista Marco Casagrande). Insomma, nel suo stato più intenso la biofilia tende ad essere uno stato di grazia tipico dell’architettura senza architetti, dell’everyday urbanism.

Non ritengo autentica biofilia quella sviluppata da una certa scuola americana che vorrebbe sfruttare la “piacevolezza funzionale” del disegno per scopi commerciali e produttivistici. La trovo un’aberrazione profonda dell’evidence based design, ridotto a un orizzonte di senso del profitto che è in sé radicalmente tanatico. Lo stesso discorso vale per i furbi dei grattacieli ricoperti di piante, un greenwashing ipocrita, oggettivamente falso e moralmente abietto. Su un piano più vasto, mi piacciono lavori eterogenei, che vanno dalla villa dell’imperatore Adriano a Tivoli a Frank Lloyd Wright, da Geoffrey Bawa a Christopher Alexander, da Marco Casagrande all’Atelier Masomi.

Il mercato globale pone lʼarchitetto davanti a nuove sfide; come può, un progetto di ristrutturazione edilizia di una casa privata o di un giardino essere biofilico?

Il riuso, in un certo senso, è già più biofilico in potenza di una nuova costruzione, a maggior ragione se coinvolge un giardino: direi che abbiamo già aggiunto abbastanza peso su questa povera terra che ci sostiene. Per il resto, i principi non cambiano: connessione al corpo, al vivente che abita il luogo e alla biosociosfera che lo sostiene. Progettare biofilia vuol dire approfondire questi termini in un processo dialogante, di retroazione, di amore erotico al contesto.

Biofilia: intervista a Stefano Serafini. Foto di Angelo Abbate
Foto di Angelo Abbate (2018)
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